Introduzione
La letteratura italiana della migrazione ha modificato in profondità il modo in cui il Novecento e il primo ventennio del XXI secolo possono essere letti all’interno del canone nazionale. Nata nel momento in cui l’Italia cessava di pensarsi esclusivamente come paese di emigrazione e iniziava a confrontarsi con la propria trasformazione in spazio di immigrazione, questa produzione ha portato nella lingua italiana soggetti, memorie, genealogie e corpi che il racconto nazionale aveva spesso tenuto ai margini. In tale prospettiva, la scrittura migrante non costituisce un semplice capitolo aggiuntivo della letteratura contemporanea, ma una forza di dislocazione : essa costringe la critica a interrogare chi abbia diritto di parlare in italiano, quali storie possano essere riconosciute come italiane e quali forme di appartenenza vengano legittimate o negate dalla comunità simbolica della nazione.
All’interno di questo campo, la letteratura afro-italiana femminile occupa una posizione particolarmente significativa. Essa non si limita a narrare l’esperienza dell’immigrazione o della seconda generazione ; porta nella scrittura italiana la memoria lunga del colonialismo, la persistenza della linea del colore, la specificità della condizione femminile nera e la materialità delle disuguaglianze di classe. Scrittrici come Igiaba Scego, Cristina Ali Farah, Gabriella Ghermandi e Marilena Umuhoza Delli non chiedono soltanto di essere incluse nel canone : ne mettono in discussione le premesse, mostrando che l’italianità è stata storicamente costruita anche attraverso omissioni, rimozioni e gerarchie razziali.
È in questa costellazione che si colloca Negretta. Baci razzisti di Marilena Umuhoza Delli, romanzo pubblicato da Red Star Press nel 2020. L’opera racconta l’infanzia e l’adolescenza di Marilena Gallitelli nella Bergamo degli anni Novanta, intrecciando il suo percorso di formazione con la storia della madre Chantal, donna ruandese sopravvissuta alla violenza della storia e costretta, in Italia, a fronteggiare nuove forme di esclusione. La narrazione assume il tono del ricordo, ma rifiuta la linearità pacificante dell’autobiografia ordinata : procede per scene, ferite, ritorni, lampi ironici e zone di memoria in cui l’intimità familiare diventa immediatamente politica.
Il presente contributo sostiene che il romanzo di Delli debba essere letto attraverso una prospettiva intersezionale. Ciò significa che le discriminazioni subite dalle protagoniste non sono interpretabili come episodi separati di razzismo, classismo o sessismo, ma come effetti di una configurazione unica, nella quale razzializzazione, genere e classe si determinano reciprocamente. L’obiettivo dell’articolo è dunque duplice : da un lato, situare Negretta. Baci razzisti nella genealogia della letteratura afro-italiana femminile ; dall’altro, mostrare come il romanzo costruisca narrativamente l’esperienza dell’oppressione multipla attraverso il corpo, la lingua, la memoria e l’ironia.
L’ipotesi critica che guida la lettura è che la forza del testo non consista soltanto nel raccontare la sofferenza di soggetti razzializzati, ma nel rendere visibile la struttura stessa che produce tale sofferenza. Delli non consegna al lettore una narrazione edificante dell’integrazione riuscita, né una semplice denuncia sociologica. Il romanzo mette in forma una grammatica dell’esclusione : mostra come il razzismo possa apparire in un ufficio anagrafico, in una classe scolastica, in una casa borghese, in un rapporto di lavoro, in uno sguardo maschile o in una frase apparentemente innocente. Proprio per questo, la sua lettura richiede un’attenzione congiunta alla dimensione letteraria, sociale e politica del racconto.
1. Genealogia afro-italiana e posta teorica dell’intersezionalità
1.1. Dalla letteratura italiana della migrazione alle scritture afro-italiane
La letteratura italiana della migrazione si afferma all’inizio degli anni Novanta, in un contesto segnato da una nuova visibilità sociale dei migranti e da una crescente inquietudine pubblica intorno alla trasformazione multiculturale dell’Italia. Le prime opere, spesso redatte in collaborazione con coautori italiani, rispondono a un’urgenza testimoniale : raccontare il viaggio, la marginalità, il lavoro precario, la violenza quotidiana e l’incontro con una società che si scopre improvvisamente attraversata da differenze non più rimuovibili. Io, venditore di elefanti di Pap Khouma e Oreste Pivetta costituisce, in questo senso, un testo emblematico della fase inaugurale, in cui la parola migrante deve ancora negoziare il proprio accesso alla lingua editoriale italiana.
La categoria di « letteratura migrante », proposta e discussa dalla critica a partire dagli anni Novanta, ha avuto il merito di rendere visibile un fenomeno nuovo, ma porta con sé anche una difficoltà teorica. Definire un autore « migrante » può infatti significare riconoscere una posizione storica e politica, ma può anche produrre una forma di confinamento simbolico, come se l’origine biografica determinasse per sempre il perimetro dei temi, delle forme e delle possibilità estetiche. La critica più attenta ha perciò insistito sulla necessità di non trasformare la migrazione in etichetta essenzializzante, ma di leggerla come una condizione di attraversamento, traduzione e riconfigurazione della lingua letteraria (Comberiati, 2010 ; Gnisci, 2003).
Il passaggio dalle prime narrazioni testimoniali alle scritture delle seconde generazioni segna una trasformazione decisiva. Gli autori e le autrici nati o cresciuti in Italia non scrivono più soltanto per spiegare la migrazione al lettore italiano ; scrivono dall’interno di una società di cui fanno parte e alla quale chiedono di riconoscere la propria pluralità costitutiva. In questa fase, la domanda non è più semplicemente : come raccontare l’esperienza del migrante ? La domanda diventa : quali forme di italianità vengono autorizzate, quali vengono rese sospette e quali vengono escluse nonostante la nascita, la lingua e la socializzazione siano italiane ?
Tale trasformazione implica anche uno spostamento estetico. La testimonianza lascia spazio a forme narrative più complesse : romanzi polifonici, autobiografie ibride, scritture della memoria, narrazioni familiari, romanzi di formazione dissonanti. L’italiano non è più soltanto la lingua dell’accoglienza o dell’adattamento ; diventa una lingua attraversata, forzata, contaminata da altre memorie e da altre sonorità. L’esperienza minoritaria non è dunque un semplice contenuto tematico, ma un principio di riorganizzazione formale della scrittura.
La componente afro-italiana femminile radicalizza tale interrogativo. Essa introduce nel campo letterario la memoria del colonialismo italiano, a lungo rimossa dalla coscienza pubblica nazionale, e mostra come quella memoria continui ad agire nei corpi e negli immaginari contemporanei. La donna nera, in questa prospettiva, non è solo un personaggio discriminato ; è il punto in cui convergono storia coloniale, sessualizzazione, declassamento sociale e contestazione dell’identità nazionale. La letteratura afro-italiana femminile diventa così una forma di contro-memoria, ma anche un laboratorio di ridefinizione estetica del romanzo italiano contemporaneo.
In opere come Oltre Babilonia e Adua di Igiaba Scego, Madre piccola di Cristina Ali Farah o Regina di fiori e di perle di Gabriella Ghermandi, la questione dell’appartenenza non è mai riducibile al semplice tema dell’integrazione. Essa riguarda la possibilità di raccontare una storia italiana che non coincida con l’immagine omogenea, bianca e monolingue della nazione. Negretta. Baci razzisti si inserisce in questa linea, ma ne accentua la dimensione autobiografica, ironica e brutale, portando al centro dell’analisi la vita quotidiana di una bambina afro-italiana in una provincia del Nord, dove la violenza del razzismo si manifesta tanto negli atti istituzionali quanto nelle relazioni più ordinarie.
1.2. Colonialità, genere e intersezionalità : quadro teorico e metodo
Per comprendere la posta in gioco di Negretta. Baci razzisti occorre collocare la questione afro-italiana entro la storia coloniale dell’Italia. Le conquiste e le occupazioni in Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia non produssero soltanto amministrazioni e violenze militari ; generarono anche immaginari razziali, gerarchie corporee e fantasie sessuali che hanno lasciato tracce profonde nella cultura italiana (Del Boca, 2005 ; Labanca, 2002). La figura della donna africana, costruita dal discorso coloniale come corpo disponibile, esotico o subalterno, diventa uno dei luoghi privilegiati in cui si depositano desiderio, dominio e paura della mescolanza.
La rimozione del colonialismo italiano ha avuto un effetto duraturo : ha impedito alla società italiana di riconoscere la genealogia storica di molte forme contemporanee di razzismo. Quando, nei romanzi afro-italiani, il corpo nero femminile viene percepito come naturalmente estraneo, sessualmente disponibile o socialmente inferiore, non si tratta di un pregiudizio isolato ; si tratta del ritorno di una grammatica coloniale che continua a organizzare lo sguardo. In questo senso, il postcoloniale italiano non riguarda soltanto il passato imperiale, ma il presente delle relazioni sociali, dei dispositivi di cittadinanza e dei confini simbolici dell’italianità.
La teoria dell’intersezionalità consente di nominare questa complessità senza ridurla. Elaborata da Kimberlé W. Crenshaw (1989) per mostrare come le donne nere siano spesso escluse sia dalle analisi antirazziste sia da quelle femministe, l’intersezionalità critica le letture monocategoriali dell’oppressione. Razza, genere e classe non operano come variabili isolate che si sommano dall’esterno ; sono assi sociali che si incrociano, si modificano e producono posizioni specifiche. La donna nera povera non sperimenta « un po’ di razzismo », « un po’ di sessismo » e « un po’ di classismo » ; vive una forma di subordinazione che nasce proprio dalla loro co-presenza.
Applicata alla letteratura, l’intersezionalità non si limita a identificare personaggi appartenenti a gruppi marginalizzati. Essa interroga i dispositivi narrativi attraverso cui un testo rende visibili le relazioni di potere : la distribuzione della parola, la costruzione del corpo, la focalizzazione, la ripetizione delle scene di umiliazione, l’organizzazione dello spazio, la memoria e la lingua. In questa sede, la lettura di Negretta. Baci razzisti adotta un approccio intercategoriale nel senso di McCall (2005) : non dissolve le categorie, ma osserva come esse si costituiscano reciprocamente nelle situazioni narrative. Il corpus è costituito dal romanzo di Delli, letto attraverso scene emblematiche in cui l’esperienza di Marilena e quella di Chantal fanno emergere il nesso tra razzializzazione, genere e classe.
Il metodo seguito è quello della lettura ravvicinata, integrata da strumenti di critica postcoloniale e femminista. L’analisi non pretende di ricostruire l’intera ricezione del romanzo, né di offrire una sociologia generale della condizione afro-italiana. Essa mira piuttosto a mostrare come la forma narrativa organizzi un sapere sulle dominazioni. Per questa ragione, le scene sono considerate non come semplici episodi autobiografici, ma come nodi semiotici : ciascuna concentra una disposizione sociale, una gerarchia simbolica e una relazione di potere.
La nozione di razzializzazione è qui preferita a quella di razza perché consente di evitare ogni naturalizzazione. Non si tratta di supporre l’esistenza di differenze razziali oggettive, ma di analizzare i processi attraverso cui la società attribuisce a determinati corpi un significato di alterità, inferiorità o minaccia. Allo stesso modo, il genere non è inteso come identità psicologica individuale, ma come sistema di aspettative e vulnerabilità differenziate. La classe, infine, non riguarda soltanto la posizione economica : nel romanzo essa si manifesta come accesso diseguale agli spazi, alle professioni, agli oggetti, alla rispettabilità e alla possibilità stessa di essere creduti.
2. Negretta. Baci razzisti come romanzo di formazione dissonante
2.1. Memoria familiare, identità ferita e spazio bergamasco
Negretta. Baci razzisti è un romanzo a forte matrice autobiografica, ma non può essere ridotto a semplice testimonianza. La sua forza letteraria deriva dalla capacità di trasformare l’esperienza vissuta in una struttura narrativa capace di interrogare un ordine sociale. Marilena non è solo una protagonista che subisce discriminazioni ; è anche una coscienza narrante che riorganizza retrospettivamente la propria storia, attribuendo senso alle ferite senza cancellarne l’ambivalenza. La scrittura non ripara magicamente il trauma, ma lo rende intelligibile e condivisibile.
La Bergamo degli anni Novanta non è un semplice sfondo. È uno spazio simbolico denso : provincia industriale, cattolica, bianca, attraversata da una forte normatività familiare e sociale. In tale contesto, la presenza di Chantal e di Marilena produce uno scarto percettivo continuo. Esse sono viste, nominate e classificate prima ancora di poter parlare. La loro italianità, quando viene rivendicata, non basta a interrompere il processo di assegnazione : il corpo nero continua a funzionare come prova visibile di estraneità. Il romanzo mostra così che la cittadinanza giuridica o linguistica non coincide necessariamente con il riconoscimento sociale.
2.2. Chantal e Marilena : due traiettorie della minorazione
Il dispositivo familiare è altrettanto centrale. La figura di Giuseppe, padre italiano ed ex missionario, introduce una tensione interna al nucleo domestico : l’antirazzismo dichiarato, o l’apertura religiosa all’Africa, non garantiscono automaticamente la decostruzione del patriarcato, né la comprensione delle esigenze concrete di una donna migrante. Chantal, dal canto suo, porta nel romanzo una memoria tragica, segnata dal genocidio ruandese e da una perdita radicale. L’Italia non rappresenta per lei una semplice terra di salvezza : diventa un luogo in cui la sopravvivenza biologica non si traduce in riconoscimento simbolico.
Il percorso di Marilena assume dunque i tratti di un romanzo di formazione dissonante. La crescita non conduce a un’integrazione armoniosa né a una sintesi identitaria pacificata. Ogni tappa dell’infanzia e dell’adolescenza rivela una contraddizione : essere italiana e non essere creduta tale ; parlare italiano e sentirsi trattata come straniera ; desiderare la normalità adolescenziale e scoprire che il proprio corpo viene già letto attraverso stereotipi razziali e sessuali. La formazione non è qui acquisizione progressiva di un posto nel mondo, ma apprendimento doloroso dei meccanismi che negano quel posto.
Il romanzo di formazione tradizionale presuppone spesso un mondo sociale che, pur resistendo al soggetto, finisce per offrirgli una possibilità di collocazione. In Delli, invece, il mondo sociale appare come una macchina di interdizione. L’adolescenza non è soltanto l’età del passaggio, ma il momento in cui il corpo viene reso pubblico, nominato, sorvegliato e desiderato secondo categorie non scelte. Per questo la formazione di Marilena è anche una contro-formazione : la protagonista impara a leggere le violenze che la società tenta di farle interiorizzare come colpa o vergogna personale.
La memoria familiare svolge in questa dinamica una funzione duplice. Da un lato, essa espone Marilena a un’eredità dolorosa che precede la sua nascita e che la lega alla storia del Rwanda. Dall’altro, le offre una genealogia alternativa rispetto alla narrazione nazionale italiana che la esclude. La figlia non eredita soltanto il trauma della madre ; eredita anche una forza di sopravvivenza, una capacità di attraversamento linguistico e una memoria che rompe la linearità rassicurante del racconto italiano. La famiglia, pur segnata da conflitti e asimmetrie, diventa così il luogo in cui la soggettività afro-italiana si costruisce contro le classificazioni dominanti.
3. Regimi intersezionali della dominazione
3.1. Razzializzazione e cittadinanza negata
Il primo asse di oppressione messo in scena dal romanzo è la razzializzazione. La questione appare già nel rifiuto istituzionale del nome ruandese scelto dalla madre per la figlia. La scena è decisiva perché mostra che il razzismo non si manifesta soltanto come insulto o aggressione individuale ; esso può assumere la forma impersonale di un atto amministrativo. Il nome, che dovrebbe registrare l’esistenza sociale di un soggetto, diventa il luogo di una correzione violenta : l’istituzione stabilisce ciò che è pronunciabile, accettabile, ridicolo o conforme. Il fatto che un episodio analogo si ripeta nella generazione successiva intensifica il valore della scena : la discriminazione non è un residuo destinato a scomparire, ma una struttura capace di riprodursi.
In questa prospettiva, il nome non è un dettaglio anagrafico. Esso condensa il diritto all’esistenza simbolica. Impedire o ridicolizzare un nome significa intervenire sulla possibilità stessa di trasmettere una memoria. La scelta materna viene sottoposta a un giudizio di normalità che non riguarda soltanto la fonetica o l’amministrazione, ma l’ordine culturale della nazione. Il nome africano risulta eccessivo, fuori luogo, inaccettabile ; il soggetto afro-italiano viene così introdotto nello spazio pubblico attraverso una mutilazione originaria.
La cittadinanza negata ritorna nella scena del voto di Chantal. Il diritto politico, formalmente acquisito, viene contestato dallo sguardo razzista di chi non riesce a concepire una donna nera come cittadina italiana. In quel momento, il corpo precede il documento ; la pelle prevale sulla legge. Il romanzo mette così in crisi una concezione puramente giuridica dell’appartenenza : si può essere cittadini senza essere riconosciuti come parte legittima del corpo nazionale. L’italianità, lungi dall’essere una condizione neutra, appare come un dispositivo di selezione simbolica.
La forza della scena sta nel suo carattere apparentemente ordinario. Non occorre un atto spettacolare di violenza per negare la cittadinanza ; basta un’espressione di stupore, una domanda, una sospensione dello sguardo. Il razzismo quotidiano opera spesso in questa zona grigia, dove la discriminazione si presenta come perplessità o come malinteso. Delli mostra che l’estraneizzazione non è meno violenta quando assume forme educate o indirette : essa costringe il soggetto a dimostrare ripetutamente la propria appartenenza, trasformando un diritto in una prova infinita.
Accanto al razzismo istituzionale, Delli rappresenta con grande finezza le forme ordinarie, silenziose e quasi domestiche della discriminazione. L’episodio del dolce ruandese rifiutato dai compagni di scuola è esemplare : nessun grande discorso razzista è necessario, perché la violenza si produce attraverso l’unanimità muta del disgusto. Il cibo, preparato come dono e come segno di cura materna, viene trasformato in oggetto contaminato. Il rifiuto non colpisce solo un alimento ; colpisce la madre, la casa, l’origine, il corpo della bambina che lo porta a scuola. In questa scena, il razzismo appare come educazione sensibile : i bambini hanno già imparato che ciò che viene dall’Africa può essere guardato con sospetto.
Il gesto scolastico ha un valore particolarmente forte perché avviene nello spazio che dovrebbe formare alla cittadinanza. La scuola, invece di neutralizzare le gerarchie sociali, le riproduce attraverso abitudini, omissioni e complicità silenziose. La bambina comprende che l’inclusione non dipende soltanto dalla sua presenza nella classe o dalla sua padronanza della lingua italiana ; dipende dalla disponibilità del gruppo a riconoscere ciò che essa porta con sé come legittimo. Il dolce rifiutato diventa così una piccola scena nazionale : ciò che non rientra nell’immaginario bianco dell’Italia viene respinto come corpo estraneo.
Il romanzo mostra inoltre la persistenza di ciò che Fantinatti (2023) ha definito, a proposito dell’opera di Delli, una pluralità di violenze. La razzializzazione opera a diversi livelli : istituzionale, scolastico, linguistico, affettivo. Essa non è sempre spettacolare, ma si deposita in micro-scene che producono una pedagogia dell’inferiorizzazione. Marilena cresce dentro questa ripetizione : ogni sguardo, ogni domanda sulla sua provenienza, ogni stupore per il suo italiano le ricorda che l’appartenenza deve essere continuamente giustificata.
3.2. Classe, lavoro e dequalificazione sociale
La seconda dimensione dell’oppressione è la classe, ma il romanzo non la separa mai dalla razzializzazione. Chantal non è semplicemente una donna povera ; è una donna nera la cui competenza viene neutralizzata perché il mercato del lavoro la percepisce attraverso una gerarchia razziale. Il suo passato professionale, la sua formazione e il suo plurilinguismo non vengono letti come capitale culturale, ma come elementi irrilevanti di fronte all’immagine sociale assegnata al corpo nero femminile. Quando le viene proposta una mansione di pulizia nonostante la sua candidatura a un impiego amministrativo, il romanzo rappresenta una scena di dequalificazione razzializzata : il lavoro disponibile per lei è già inscritto nello stereotipo.
Questa scena è centrale perché permette di pensare la classe non come semplice mancanza di denaro, ma come effetto di una distribuzione razzializzata del valore. Chantal possiede competenze, memoria, lingue, capacità di adattamento ; tuttavia, tali risorse non vengono riconosciute come qualifiche. Il mercato del lavoro seleziona i corpi prima ancora di valutare i curriculum. La donna nera viene orientata verso mansioni di servizio, cura o pulizia, cioè verso una posizione sociale che prolunga nel presente gerarchie coloniali e domestiche.
Questa dequalificazione produce effetti materiali sulla vita familiare. La povertà non è una semplice condizione economica : diventa spazio, odore, parete, cibo, vergogna e confronto con la casa degli altri. La visita di Marilena nella casa dell’amica Latte rende sensibile lo scarto di classe attraverso la descrizione degli interni domestici. La casa bianca, ordinata e profumata non è neutra : diventa lo specchio implacabile di una marginalità che la protagonista non aveva ancora pienamente nominato. Il romanzo riesce così a far percepire la classe non come categoria astratta, ma come esperienza incorporata, quotidiana e comparativa.
La casa è uno dei grandi dispositivi simbolici del romanzo. Non rappresenta soltanto un luogo fisico, ma una misura della rispettabilità sociale. La casa degli altri dice a Marilena ciò che manca alla sua : non solo oggetti o comodità, ma una forma di sicurezza estetica e morale. Il confronto produce vergogna, ma una vergogna socialmente fabbricata. Delli mostra con precisione che la povertà non umilia di per sé : essa umilia quando viene inserita in uno sguardo che trasforma la mancanza in colpa e la differenza materiale in inferiorità personale.
L’amicizia tra Marilena e Latte introduce un punto di grande interesse. Il legame affettivo è reale, ma non abolisce le disuguaglianze che lo attraversano. Delli evita sia il sentimentalismo della solidarietà spontanea sia la semplificazione della separazione radicale. L’amica bianca può voler bene a Marilena e, nello stesso tempo, appartenere a un mondo che la protegge da alcune violenze. La relazione tra le due bambine mostra che l’intimità non è sufficiente a dissolvere le strutture : la differenza razziale e di classe continua a produrre asimmetrie, anche nel cuore dell’affetto.
Il declassamento di Chantal deve essere letto anche come perdita di riconoscimento. Ella non perde soltanto uno statuto professionale ; perde la possibilità di essere interpretata a partire dalle proprie competenze. Il romanzo suggerisce che la società d’accoglienza esige l’integrazione, ma organizza simultaneamente le condizioni del suo fallimento. L’immigrata deve adattarsi, imparare la lingua, accettare il lavoro disponibile, sopportare l’umiliazione ; eppure ogni sforzo viene reinterpretato attraverso la griglia del sospetto o dell’inferiorità. La classe diventa così il luogo in cui il razzismo si materializza e in cui la dominazione cessa di essere semplice pregiudizio per diventare distribuzione ineguale delle risorse, degli spazi e dei futuri.
Questa dimensione materiale distingue il romanzo da una lettura puramente identitaria. Delli non descrive l’identità afro-italiana come semplice questione di appartenenza simbolica ; la radica nel lavoro, nei soldi, nella casa, nel cibo, negli spostamenti, nella fatica della madre. L’intersezionalità acquista così una concretezza narrativa : non è un concetto astratto applicato dall’esterno, ma la forma stessa della vita raccontata. La razzializzazione decide quali lavori sono pensabili ; il genere decide quale corpo può essere sfruttato ; la classe decide quanto spazio di libertà resta a chi deve sopravvivere.
3.3. Genere, sessualizzazione e violenza del corpo femminile nero
La terza dimensione è quella del genere. In Negretta. Baci razzisti, il corpo femminile nero è sottoposto a una duplice cattura : è insieme razzializzato e sessualizzato. La società bergamasca descritta dal romanzo riproduce stereotipi che associano spontaneamente la donna nera alla disponibilità sessuale, alla domesticità o alla marginalità. Tale rappresentazione non è accidentale ; si iscrive nella lunga storia coloniale che ha costruito le donne africane come oggetti di desiderio, di servizio o di dominio.
Il titolo stesso, con l’accostamento provocatorio fra l’insulto razziale e il motivo del bacio, segnala questa ambivalenza disturbante : il desiderio può essere attraversato dal disprezzo, l’attrazione può coesistere con la negazione, la vicinanza corporea può diventare una forma di appropriazione. La sessualizzazione del corpo nero femminile non produce riconoscimento, ma esposizione. Non rende il soggetto desiderabile come persona ; lo rende disponibile come superficie su cui proiettare fantasmi.
La violenza di genere non proviene soltanto dall’esterno. Attraversa anche lo spazio familiare, soprattutto nell’incapacità del padre di riconoscere i bisogni materiali e simbolici delle donne che lo circondano. Il romanzo non lo riduce a una figura mostruosa ; ne fa piuttosto il sintomo di una formazione maschile, cattolica e patriarcale, incapace di pensare il corpo femminile se non attraverso imbarazzo, ignoranza o autorità. Questa scelta è decisiva : Delli non costruisce un’opposizione semplificata tra razzisti malvagi e vittime innocenti, ma mostra come le strutture di dominio possano annidarsi nelle forme ordinarie dell’amore, della paternità e della famiglia.
La famiglia, in questo senso, non è rappresentata come puro rifugio. È un luogo di affetto, ma anche di asimmetria ; un luogo di protezione, ma anche di incomprensione. La posizione di Giuseppe è particolarmente complessa perché mostra i limiti dell’umanitarismo maschile bianco. Aver amato l’Africa, aver vissuto esperienze missionarie o aver sposato una donna ruandese non equivale necessariamente a comprendere la specificità della violenza subita da una donna nera in Italia. Il romanzo mette così in discussione le forme paternalistiche della benevolenza.
L’episodio della violenza sessuale esercitata da un insegnante su Marilena costituisce il punto di condensazione più brutale dell’analisi intersezionale. La scena associa età, genere, razza e autorità istituzionale. Marilena è una bambina, un’alunna, una ragazza nera : ogni posizione accresce la sua vulnerabilità, ed è precisamente questa sovrapposizione a rendere possibile l’abuso. L’insulto razzializzante e la predazione sessuale non sono due violenze distinte ; formano un medesimo gesto di possesso e abbassamento. Il corpo femminile nero viene così prodotto come corpo disponibile, punibile e silenziabile.
Il fatto che la violenza provenga da un insegnante aggrava ulteriormente la portata simbolica della scena. Come la scuola del dolce rifiutato, anche qui l’istituzione educativa non protegge : diventa il luogo in cui il potere adulto, maschile e bianco può esercitarsi su un corpo minorizzato. L’autorità pedagogica si rovescia in abuso. Il romanzo suggerisce che la vulnerabilità della bambina non deriva da una fragilità naturale, ma da un ordine sociale che rende alcuni soggetti meno credibili, meno difendibili e più facilmente esposti alla violenza.
Il romanzo rifiuta tuttavia di rinchiudere Marilena in un’identità vittimaria. L’ironia, la collera e la ricostruzione narrativa trasformano la ferita in potenza di comprensione. La narratrice non nega il trauma, ma si riappropria della parola che le era stata sottratta. In questo senso, la scrittura di Delli si inserisce in una tradizione femminista nera che non separa l’esperienza intima dalla critica politica. Dire la violenza significa anche spostare la vergogna : essa non appartiene più a chi l’ha subita, ma all’ordine sociale che l’ha resa possibile.
Questa trasformazione della vergogna è una delle conquiste maggiori del romanzo. La narratrice adulta ritorna sulle scene della vulnerabilità non per esibirle, ma per sottrarle all’isolamento. Ciò che era stato vissuto come ferita privata viene restituito come sintomo pubblico. La letteratura opera qui una conversione etica : permette di riconoscere nella storia singolare una struttura collettiva, senza cancellare la singolarità della voce.
4. Poetiche della resistenza : lingua, ironia e memoria
4.1. Plurilinguismo e dislocazione dell’italiano nazionale
La lingua occupa nel romanzo una funzione determinante. L’italiano di Chantal, attraversato dal kinyarwanda, dal francese e dal dialetto bergamasco, non deve essere letto come un italiano deficitario. È la traccia di un apprendimento imposto, di una sopravvivenza quotidiana e di una creatività linguistica nata dal contatto. Questo plurilinguismo denaturalizza l’italiano standard : ricorda che ogni lingua nazionale è attraversata da storie, dominazioni e appropriazioni. La lingua della madre è talvolta approssimativa, ma è anche uno spazio d’invenzione affettiva, un luogo in cui l’amore materno tenta di dirsi nonostante le fratture dell’esilio.
La questione linguistica tocca direttamente l’identità di Marilena. Ci si stupisce che parli bene italiano, benché sia nata in Italia. Tale stupore costituisce una forma ordinaria di diniego : trasforma una competenza evidente in eccezione e riconduce la protagonista a un’estraneità presunta. Il romanzo mette così in scena la contraddizione fondamentale dell’italianità razzializzata : più Marilena parla dall’interno, più viene rinviata a un fuori immaginario. La lingua diventa allora un campo di battaglia in cui si gioca la legittimità della parola.
Il plurilinguismo ha anche una funzione memoriale. Le lingue non servono solo a comunicare ; conservano tracce di spostamenti, perdite, genealogie e desideri. Nella voce di Chantal, le lingue si sovrappongono come strati di vita : il Rwanda, la missione, l’Italia, la provincia, la maternità. Questa stratificazione produce un effetto di creolizzazione nel senso ampio indicato da Glissant : non fusione pacificata, ma relazione, attrito, risonanza. La lingua di Delli non cerca una purezza nazionale ; costruisce uno spazio narrativo in cui l’impurità diventa verità storica.
4.2. Ironia, contro-memoria e riappropriazione narrativa
L’ironia è l’altro grande strumento di resistenza. Non serve a minimizzare la violenza, ma a rivelarne l’assurdità morale. Raccontando le umiliazioni con una lucidità spesso mordente, la narratrice destabilizza la posizione del lettore : questi non può rifugiarsi né nella pietà né nella distanza confortevole. Il riso, in Delli, non cancella il dolore ; lo rende politicamente attivo. Trasforma l’esperienza della vergogna imposta in intelligenza critica.
La scrittura ironica produce un effetto di rovesciamento. Chi era stato guardato come oggetto diventa soggetto che guarda. Chi era stato nominato dall’esterno riprende il potere di nominare. Chi era stato ridicolizzato restituisce al mondo la sua ridicolaggine. L’ironia di Delli è dunque una pratica di disidentificazione : rifiuta le categorie imposte senza fingere che esse non abbiano ferito. Essa permette alla narratrice di abitare la propria storia senza essere interamente posseduta da essa.
La memoria familiare, infine, conferisce al romanzo la sua profondità storica. Il trauma del Rwanda, l’esilio di Chantal, la presenza dell’Italia cattolica e provinciale, le eredità coloniali e le scene di razzismo contemporaneo compongono una temporalità stratificata. Il passato non è mai dietro i personaggi ; ritorna nei gesti, nelle parole, nei corpi e nei silenzi. Negretta. Baci razzisti è dunque anche un romanzo della memoria impedita : mostra ciò che accade quando una società rifiuta di pensare le proprie violenze e chiede ai soggetti minorizzati di portare da soli il peso di questa negazione.
Da questo punto di vista, l’opera di Delli partecipa a una ridefinizione profonda dell’italianistica. Essa obbliga la critica a non separare la forma letteraria dalla storia razziale della nazione. La domanda non è soltanto se autrici afro-italiane debbano essere incluse nel canone ; la domanda è che cosa accade al canone quando le loro opere vengono lette non come eccezioni, ma come testi capaci di rivelare ciò che la tradizione ha taciuto. La memoria, la lingua e l’ironia diventano allora strumenti di un sapere letterario nuovo, capace di interrogare le condizioni stesse dell’appartenenza.
Conclusione
L’analisi di Negretta. Baci razzisti mostra che il romanzo di Marilena Umuhoza Delli occupa un luogo essenziale nella letteratura afro-italiana contemporanea. La sua importanza non risiede soltanto nel valore testimoniale delle vicende narrate, ma nella capacità di trasformare l’esperienza minoritaria in forma letteraria e in interrogazione critica del canone. Attraverso Marilena e Chantal, il testo rende visibile la co-costituzione di razzializzazione, genere e classe, evitando sia la riduzione sociologica sia l’estetizzazione del dolore.
La prospettiva intersezionale consente di comprendere perché le oppressioni rappresentate nel romanzo non siano separabili. Il rifiuto del nome, la contestazione della cittadinanza, la dequalificazione professionale, la povertà domestica, la sessualizzazione del corpo nero e la violenza istituzionale appartengono a uno stesso regime di lettura sociale dei corpi. In questo regime, la donna afro-italiana è chiamata a dimostrare continuamente ciò che ad altri viene accordato come evidenza : la dignità, l’appartenenza, la competenza, la vulnerabilità, la parola.
Delli risponde a questa violenza non con una scrittura del risentimento, ma con una forma di intelligenza narrativa che unisce memoria, sarcasmo, tenerezza e precisione politica. Il romanzo restituisce umanità ai suoi personaggi senza addolcire le strutture che li feriscono. Per questo la sua lettura è decisiva non solo per gli studi sull’immigrazione o sul postcoloniale, ma anche per una ridefinizione dell’italianistica contemporanea. Prendere sul serio la letteratura afro-italiana significa riconoscere che l’Italia letteraria non coincide più — e forse non è mai coincisa — con un’immagine monolingue, bianca e pacificata della nazione.
La versione intersezionale proposta in questo articolo permette infine di leggere Negretta. Baci razzisti come un testo di frontiera : frontiera tra autobiografia e romanzo, tra memoria privata e storia collettiva, tra ironia e trauma, tra lingua nazionale e plurilinguismo. La sua forza sta nel non chiedere semplicemente posto nel discorso italiano, ma nel mostrare che tale discorso è già attraversato da presenze, esclusioni e memorie che ne hanno sempre fatto parte. In questa prospettiva, Delli non scrive ai margini della letteratura italiana : ne sposta il centro critico.
