Stupri, abusi contro le donne algerine durante la rivoluzione di liberazione

اغتصاب وانتهاكات ضد الجزائريات خلال ثورة التحرير

Viols et abus contre les femmes algériennes pendant la révolution de libération

Rape and abuse against algerian women during the liberation revolution

Hind Dahou

p. 473-484

Hind Dahou, « Stupri, abusi contro le donne algerine durante la rivoluzione di liberazione », Aleph, 10 (1) | 2023, 473-484.

Hind Dahou, « Stupri, abusi contro le donne algerine durante la rivoluzione di liberazione », Aleph [], 10 (1) | 2023, 01 April 2023, 19 June 2024. URL : https://aleph.edinum.org/7689

La strategia coloniale volta alla disintegrazione della società algerina a livello di individui ha attribuito una grande importanza alle donne algerine durante la rivoluzione di liberazione tra il 1954 e il 1962 in modo che le donne fossero la figura più importante e l’obiettivo principale di ogni ideologia coloniale, ed erano anzi, il fulcro di tutti gli scenari. Pertanto, nel presente articolo ci siamo proposti di approfondire nella storia della società algerina in quel periodo storico, e in particolare di affrontare la questione delle donne algerine cercando di evidenziare le violenze e gli stupri commessi dall’occupante francese contro di loro, attraverso le testimonianze e gli scritti di attiviste, tra i quali ci sono militanti che nel loro corpo esistono ancora tracce di torture e violenze su cui vennero praticate.

La stratégie coloniale visant la désintégration de la société algérienne au niveau des individus attachait une grande importance aux femmes algériennes pendant la guerre de libération entre 1954 et 1962, de sorte que les femmes étaient la figure la plus importante et le principal centre d’intérêt de toute idéologie coloniale, et elles étaient, en fait, la pièce maîtresse de toutes les parcelles. C’est pourquoi, dans cet article, nous nous sommes attachés à approfondir l’histoire de la société algérienne dans cette période historique, et en particulier à aborder la question des femmes algériennes et à la recherche de mettre en lumière les violences et les viols commis par l’occupant français, notamment contre eux, à travers les témoignages et les écrits des militants, parmi lesquels il y a des femmes militantes qui gardent dans leur corps des traces de la torture et de la violence sur lesquelles sont pratiquées.

The colonial strategy aimed at the disintegration of Algerian society at the level of individuals attached great importance to Algerian women during the war of liberation between 1954-1962 so that women were the most important figure and the main target of every colonial ideology, and they were indeed the core of all scenarios. Hence, the purpose of this article is to delve into the history of Algerian society in that historical period, and in particular to address the issue of Algerian women by trying to highlight the violence and rape committed by the French occupier in particular against Algerian women, through the testimonies and writings of activists, among whom are still Their bodies had traces of torture and violence inflicted on them.

قد أولت الإستراتيجية الاستعمارية الهادفة إلى تفكك المجتمع الجزائري على مستوى الأفراد أهمية كبيرة للمرأة الجزائرية خلال حرب التحرير بين 1954-1962 بحيث كانت المرأة هي الشخصية الأكثر أهمية والهدف الرئيسي لكل أيديولوجية استعمارية، وكانت بالفعل جوهر كل السيناريوهات.

و منه فان الغرض من هذا المقال هو الخوض في تاريخ المجتمع الجزائري في تلك الفترة التاريخية و بشكل خاص التطرق لموضوع المرأة الجزائرية من خلال محاولة إبراز العنف والاغتصاب الذي ارتكبه المحتل الفرنسي بشكل خاص ضد الجزائريات ، من خلال شهادات وكتابات الناشطين و الذين بينهم من لا تزال على أجسادهم آثار التعذيب والعنف التي مورس عليها.

Introduzione

L’Algeria come le altre terre africane conquistate e violentate è stata un gran teatro di lotte, battaglie e guerre. Dopo quasi 180 rivolte contro l’occupante, arriva novembre e scoppia la più grande rivoluzione di liberazione che il mondo avesse conosciuto nel XX sec. La guerra in cui, la donna algerina si è schierata con l’uomo per ottenere la libertà e riprendersi con forza la terra conquistata. Il periodo tra 1954-1962 della rivoluzione algerina è considerato un punto di svolta decisivo per raggiungere l’obiettivo del popolo, che è l’indipendenza e la liberazione del paese dal dominio francese. In quell’epoca tutto era permesso all’occupante ; uccidere, violentare, distruggere e torturare.

Alcuni scritti storici hanno trattato dell’eroismo delle donne algerine durante la rivoluzione di liberazione, ma sono pochi che hanno toccato i loro sacrifici e la loro sofferenza, mentre vennero violentate e trattate in modo brutale. Questi sacrifici possono andare oltre la nostra comprensione visto che viviamo in un’epoca diversa da quella in cui vive la generazione della rivoluzione -in quant’è un periodo difficile-. Poiché questi scritti hanno mostrato l’epopea, ci sono anche crimini commessi contro di loro e che sono stati raccontati da coloro che sono, sopravvissuti, o alcuni di coloro che hanno assistito a questi crimini, compresi gli stessi autori, hanno registrato le pratiche dell’occupante francese contro le donne algerine che sono state prese di mira dall’esercito francese in particolare, esponendoli a varie forme di violenza dagli abusi, torture e stupri, come se l’abuso fosse la battaglia decisiva per la questione della presenza francese in Algeria.

In questo elaborato cerchiamo di fare luce sulla violenza praticata dai francesi contro le donne algerine negli anni della grande rivoluzione di liberazione, attraverso le testimonianze e gli scritti delle attiviste, tra cui la testimonianza di Louizette Ighilahriz (1936-militante nazionalista durante la guerra di liberazione) che è stata violentata da parte dell’esercito francese, la quale non si è mai fermata di descrivere dettagliatamente le terribili condizioni e il clima di paura e la persecuzione degli algerini in generale e dalle donne in particolare nei momenti di guerra.

1. Armi di guerra

1.1. Il haïk

Le donne algerine hanno realmente provato la violenza e la brutalità dell’occupante. Il desiderio dei francesi di diffondere la loro cultura entrando nel cuore della famiglia algerina, poiché è l’unico modo per eliminare la Resistenza e la personalità algerina, al fine di realizzare la distorsione culturale che il progetto coloniale ha tracciato.

« Possediamo le donne... e il resto verrà dopo. » (Fanon 1972a : 48). Questa frase veniva spesso ripetuta dai funzionari dell’amministrazione coloniale francese in Algeria, che avevano la responsabilità di distruggere l’autenticità del popolo algerino, e a cui erano stati assegnati dalle autorità coloniali. In quel momento smantellarono le forme di presenza che potevano ricordare, da vicino o da lontano, la realtà nazionale, dedicando la massima attenzione all’abito (Hayek al-Marma o il Malayah), che è stata dipinta come un simbolo dello status di donna e della sua sensibilità per la cultura algerina.

Tra i costumi tradizionali entrati in Algeria con l’ingresso delle donne andaluse nel paese all’inizio del XVI secolo c’è il haïk - è un pezzo di stoffa indossato da una donna per coprirsi la testa, il viso e tutto il corpo -, e da quel momento il haïk è diventato un indumento per le donne algerine, che lo indossano durante i loro spostamenti. Durante la guerra, il haïk è stato molto utilizzato nelle operazioni contro le forze francesi, quindi il suo ruolo varia tra il trasporto di esplosivi da parte di donne algerine per colpire i quartieri europei e il travestimento dei rivoluzionari algerini.

Nel programma coloniale, la donna doveva assumersi il compito storico di cambiare l’uomo algerino. Trasformare una donna, farle accettare i valori occidentali e rimuoverla dal suo incarico, significa allo stesso tempo acquisire un potere reale sugli uomini e possedere mezzi pratici ed efficaci per distruggere la cultura algerina. La dottrina politica dell’amministrazione coloniale era chiara e specifica : « Se vogliamo colpire la società algerina nella sua struttura, nella sua capacità resistiva, dobbiamo possedere le donne, dobbiamo cercarle dietro i veli che le nascondono e le case in cui gli uomini le nascondono. » (Fanon 1972b : 48). Così, i funzionari dell’amministrazione francese hanno dedicato la massima attenzione al velo, che è stato ritratto come un simbolo dello status della donna algerina, e conoscono molto bene il valore di questo vestito in termini culturali, soprattutto se sappiamo che molti osservatori hanno ammesso che il velo ha aumentato la sua circolazione nel paese durante il periodo del colonialismo francese per proteggersi dallo straniero, e per stabilire la distinzione tra le due società : quella musulmana locale e quella cristiana colonizzatrice. La strategia coloniale era evidente sulla questione delle donne, che dovevano essere liberate dalla morsa di tradizioni e costumi. (Kachi 2010 : 371)

Diverso è invece il caso dello stupro nel corso delle operazioni militari nelle campagne, dove le donne venivano violentate senza alcun motivo. Si sa con certezza però che le donne arrestate venivano molto spesso violentate. Lo stupro a volte era di gruppo, altre volte veniva realizzato con oggetti di vario tipo. In ogni caso, era uno dei mezzi di tortura più comunemente utilizzati dai soldati francesi. Era un vero e proprio condensato di tutta la violenza dell’esercito francese in Algeria, anche se naturalmente è molto difficile generalizzare, giacché il ricorso alla tortura variava da regione a regione, da periodo a periodo. Molto dipendeva dal comportamento degli ufficiali, i quali potevano coprire o meno tali brutalità, che naturalmente ufficialmente erano vietate. (Gambaro 2001a : 01)

1.2. Rompere il silenzio

Oggi i tabù iniziano a cadere grazie a chi ha ormai il coraggio di parlare commovente, implacabilmente racconta senza giri di parole come sono state torturate e violentate le algerine dai soldati francesi. Molte testimonianze figurano ultimamente ricerche e spulciati archivi, ricostruendo così con precisione la mappa terribile della tortura durante il conflitto algerino. Ma anche analizzare metodicamente i comportamenti e le pratiche dei soldati francesi e studiare il funzionamento delle istituzioni, illustrando l’ingranaggio della violenza individuale e collettiva, nonché i processi di autogiustificazione cui faceva ricorso l’ esercito.

La violenza sulle donne algerine durante la guerra è rimasta per ben tempo uno dei discorsi proibiti che nessuno aveva il coraggio ad affrontarlo. Le Monde -quotidiano francese- (20 Giugno, 2000,p. 01) ha riaperto uno dei capitoli più vergognosi e più ostinatamente taciuti della guerra d’Algeria, dedicando un’ intera pagina agli stupri commessi dai soldati francesi sulle donne algerine e raccontando come un uomo nato allora da uno stupro collettivo si sia oggi deciso a chiedere i danni dallo stato francese.

Secondo le testimonianze raccolte dal quotidiano parigino, le violenze contro gli algerini non sono state piccole e sporadiche, come sostiene la gerarchia militare, ma si tratta di una pratica molto generale. Gli stupri furono « in massa in città ma soprattutto in campagna », soprattutto tra il 1959 e il 1960, quando i militari tentarono di estirpare definitivamente le formazioni separatiste. (Gambaro 2001b : 01)

Secondo un’inchiesta dello stesso quotidiano “ Le Monde” condotta dalla giornalista Florence Buge, la serie di tabù o argomenti proibiti non sarebbe stata distrutta se non fosse stato per il coraggio dell’attivista politica algerina Louisette Ighilahriz -ex combattente della guerra d’indipendenza algerina- catturata nel 1957, per ben tre mesi fu vittima di stupri e violenze che ha osato dare una testimonianza inedita sulle pagine del quotidiano parigino del 20 giugno 2000. Ha parlato degli stupri delle guerrigliere algerine tra il 1954 e il 1962. (Akef 2011 : 01)

La combattente nazionalista dichiara che è stata accusata, violentata e torturata da un ex capo militare della zona autonoma di Algeri durante la guerra d’indipendenza. Nella sua testimonianza, l’attivista Louisette Ighilahriz ha rivelato vari livelli di abusi a cui è stata sottoposta nel settembre 1957, quando aveva vent’anni, presso la sede della Decima Divisione Paracadutisti ad Algeri. Ighilahriz è stata costretta a vivere completamente nuda durante tutto il suo tempo nella prigione militare.

Ighilahriz ha ricordato :

« Io giacevo nuda, sempre nuda. Venivano una, due o tre volte al giorno. Appena sentivo il rumore dei loro stivali nel corridoio, cominciavo a tremare. Poi il tempo è diventato infinito. I minuti sembravano ore, e le ore come giorni. La cosa più difficile era maneggiare i primi giorni, abituarsi al dolore. Poi ci si distaccava mentalmente, come se il corpo cominciasse a galleggiare. Massu era brutale, terribile. Bigeard non stava meglio, ma il peggio era Graziani. È indicibile, era un pervertito che si divertiva a torturare. Non era umano. Spesso gli urlavo : « Non sei un uomo se non mi finisci ! » E lui rispondeva con un sogghigno : « Non ancora, non ancora ! » In questi tre mesi avevo un obiettivo : uccidermi, ma la sofferenza più grande è volere a tutti i costi cancellarsi e non trovare i mezzi. »
« Le cachot étais noir et nu. On me servait un quignon de pain et un peu d’eau une fois tous les trois jours. J’étais allongée sur du crin formant une sorte de paillasse. Je gémissais, j’avais reçu tant de coups de pied !...à travers le crin, toutes sortes d’insectes me piquaient. Je n’ai pas bougé de ce sordide cachot pendant quatre semaines. » (Ighilahriz 2006 : 134)

2. Memorie e testimonianze

2.1. Violenza fisica

Per quasi tutte le donne violentate ciò di cui soffrono di più è purtroppo il modo in cui gli altri la vedono. Ammettere di aver fatto molto durante la guerra di liberazione, per cui meritano un ringraziamento. D’altra parte, rimangono agli occhi della gente le donne che sono state violentate.

Attraverso la violenza fisica o simbolica che gli uomini possono infliggere alle donne in tempo di guerra coloniale, il primo si rassicura sulla propria virilità e pone il secondo come “conquistato”. Molto spesso, quando la donna è presa di mira, “il desiderio è meno sessuale del desiderio di possessione e di umiliazione”. Attraverso ciò a cui è sottoposta, « colpiamo la sua famiglia, il suo villaggio, e tutti i circoli a cui appartiene, fino all’ultimo : l’intero popolo algerino ». (De Recherbune 2017 : 02)

Donne combattenti e quindi « ribelli » : il loro stupro era violenza e un atto di guerra perpetrato lì da soldati francesi. Più specificamente, lo stupro è un metodo ordinario di tortura che viene utilizzato per far parlare le prigioniere, per terrorizzarle. (Rousseau 2009 : 05). Il sesso è il luogo di applicazione della sofferenza, come nella tortura elettrica, dove le parti sessuali del corpo sono particolarmente colpite ; è il luogo dell’ingresso del dolore, che segna definitivamente, anche se invisibilmente, le vittime e i loro cari. Se le donne possono prenderlo, il suo significato simbolico, parte della sua efficacia criminale, è accentuato nel caso delle donne perché lo stupro attende direttamente alla loro parentela. Inoltre, sono anche oggetto di violenza sessuale diretta da alcuni degli uomini che le tengono. (Branche 2002a : 27)

Un’altra disgrazia per le forze francesi è stata l’uso di alcune donne imprigionate nei campi di concentramento come schiave sessuali per soldati e ufficiali. Di questo ha parlato Simone De Beauvoir, nello scrivere la prefazione al libro sul racconto di Giselle Halimi, in difesa della rivoluzionaria algerina Djamila Boupacha, dopo aver parlato senza esitazione di uomini, vecchi, bambini mitragliati nel corso di rastrellamenti, bruciati vivi nei loro villaggi, fatti fuori, sgozzati, sventrati, martirizzati a morte, accennava proprio a « centri di raggruppamento di fatto campi di sterminio ; adoperati in via subordinata come bordelli per i corpi scelti ». (De Beauvoir Simone. Halimi, Gisele 1962 : 05)

Gisele Halimi ha confermato che nove volte su dieci le donne da lei interrogate avevano subito stupri di ogni tipo, ma la loro vergogna era tale che la supplicavano di nascondere la verità. (Giselle 2001 : 07)

Mentre la storica francese Raphaelle Branche parla di due diversi tipi di stupro : quello usato come atto di tortura per ottenere informazioni dai prigionieri e quello praticato nel corso delle operazioni militari nelle campagne, dove le donne venivano violentate senza alcun motivo.

« Durante la guerra ci sono stati due diversi tipi di stupro. Innanzitutto lo stupro come atto di tortura sulle donne, ma anche sugli uomini, per ottenere delle informazioni in un contesto più generale di violenza nei confronti dei prigionieri. » (Branche 2001b : 474)

La violenza carnale a volte era di gruppo, altre volte veniva realizzata con oggetti di vario tipo. Ci furono casi di ufficiali che si opposero a tali violenze ma, in genere, ciò non avveniva anche perché la violenza carnale era l’ultima delle preoccupazioni dei graduati francesi, soprattutto quando smisero di considerare le donne algerine come vittime civili, iniziando invece a temerle come combattenti nemiche.

Il ricorso a tali violenze non era, inoltre, prerogativa dei militari di carriera ma anche degli stessi soldati di leva nell’ottica di una presunzione coloniale di superiorità. Tra il 1959 e il 1960, con l’intensificarsi dell’azione dell’esercito francese per annientare la Resistenza, gli stupri assunsero un vero e proprio carattere di massa in città ma soprattutto in campagna. Le stesse perquisizioni domiciliari diventavano l’occasione ideale per sottoporre le vittime a vessazioni sessuali (Strazza : 01).

Come è stato riportato recentemente dal quotidiano parigino Le Monde, un soldato ha raccontato di aver assistito a « centinaia di stupri » e che in un noto centro di tortura ad Algeri « le donne venivano violentate in media nove volte su dieci, in funzione della loro età e del loro aspetto fisico ». ( Vidal 2001 : 07). Durante le azioni di rappresaglia lo stupro diventava strumento di punizione e terrore. Il ruolo degli ufficiali fu sempre determinante a causa dell’autonomia di cui godevano nelle azioni militari.

Naturalmente, le autorità militari francesi, pur non potendo negare l’esistenza di alcuni episodi, non ammettevano l’uso indiscriminato delle violenze e negli atti ufficiali condannavano tali fatti. Così il 1° luglio 1958 il generale Salan precisava che « de tels actes n’ont ni excuse ni justification ».

Fatto sta che le truppe francesi penetravano nei villaggi algerini che mettevano e ferro e fuoco, arrestavano gli uomini, depredavano le case e violentavano le donne in un vortice di terrore. (Sambron 2007 : 15-42)

Della frequenza delle violenze, considerate parte della strategia della cosiddetta « pacificazione » dell’Algeria, parlava anche un pastore protestante precisando che « le viol des femmes devient une manière de pacification ». (Sambron 2007 : 15-42)

Soprattutto dopo aver subito delle imboscate, i militari francesi, ritenendo complici le popolazioni civili, piombavano sui centri abitati civili uccidendo gli uomini e stuprando le donne, prima di far saltare le case con la dinamite. (Sambron 2007 : 15-42)

Indubbiamente, come nel primo conflitto mondiale, la violenza sulle donne rappresenta anche nella guerra d’Algeria un modo per inviare messaggi al nemico, per umiliarlo attraverso la consapevolezza della sua incapacità a difendere la proprie donne. Le autorità francesi aprono persino delle carceri alle mogli e alle figlie dei guerriglieri per ricattarli e convincerli ad abbandonare la lotta armata. IL più famoso di questi carceri è quello di Tifelfel nell’Algeria orientale, avviato pochi mesi dopo l’inizio della lotta di liberazione (agosto 1955). ( Paternoster 2021 : 33)

Henri Pouillet tra i primi che ha affrontato il fenomeno degli stupri, nel suo libro « la villa susini, Torture en Algérie, juin 1961- mars 1962 » scritto 40 anni dopo aver assistito e praticato la tortura contro le algerine. In cui ha rivelato tanti crimini commessi dall’occupante francese. Il vantaggio e l’importanza del libro che è stato pubblicato da un francese, testimone oculare di brutali torture e aggressioni sessuali di ogni tipo contro donne algerine. Tra i crimini commessi contro le donne algerine, esposti in questo libro, è lo stupro di individualmente e collettivamente. Rimane uno dei luoghi simbolo di questa svolta nella guerra d’Algeria quando, nel 1957, le prerogative di polizia ad Algeri erano delegate al generale Massu, affidando di fatto i pieni poteri all’esercito. Lì, nella Villa Susini, è stato insediato uno dei centri clandestini di tortura.

L’autore descrive accuratamente la scena spaventosa e la difficile situazione a cui sono state esposte le donne. Gli ufficali facevano delle sfide e chi ha bevuto eccessivamente ha il diritto di stuprare le donne algerine detenute come ricompensa per aver bevuto. E oltre allo stupro ha diritto a un ulteriore scrigno di vino, e quando non c’è stupro, viene compensato manomettendo il petto della donna algerina e i suoi genitali. ( Pouillet 2001 : 113)

Le irruzioni nelle case degli algerini venivano effettuate di notte, ininterrottamente e senza il permesso del giudice, durante le quali viene rubata ogni cosa di valore in casa o in negozio. Durante il raid, tutti vengono spogliati nudi, comprese le donne, davanti agli uomini. Quando una donna viene arrestata, viene rinchiusa in una cella maschile, e prima di violentarla, deve prima essere torturata e insultata, perché insultare l’algerina è uno dei fondamenti della tortura. Se l’algerina detenuta ha tra 16 e 30 anni, viene violentata. Spesso le donne vengono portate nelle stanze dei soldati per passare le notti lì, e la donna algerina subisce 30 stupri in due o tre giorni. (Pouillet 2014 : 75-97)

2.2. La martire vivente

Nessun ricercatore, chiunque fosse, può ignorare, ad esempio, la storia dell’eroica combattente Fatima Khalif, soprannominata “La Martire Vivente”, arrestata e sottoposta a brutali torture di ogni tipo per mano dei soldati francesi. Le sue mani mozzate, e i suoi seni mutilati con mezzi infernali di tortura, (Kantari 2007 : 15-19) qualcuno potrebbe immaginare che questa storia non sia altro che un fantasma immaginario, ma coloro che hanno vissuto gli eventi della rivoluzione e hanno gustato l’amarezza della sofferenza e sono stati punti dal suo fuoco, senza dubbio ne riconoscono la verità.

Uno degli scritti più importanti che racconta la realtà del colonialismo francese è il libro del Dr. Mohamed Kantari -ex combattente- nel suo libro « Dagli eroismi delle donne algerine nella rivoluzione e dai crimini del colonialismo francese » ha parlato della storia dell’eroica mujahida Fatima Khalif, una delle donne che hanno sofferto dal colonialismo e che secondo esso è considerata un simbolo della vittoriosa rivoluzione algerina.

Descrive accuratamente la sua epopea e sottolinea che era una delle eroine immortali. Questo è ciò che lei gli ha raccontato in un discorso personale sulla sua prima battaglia :

« ...06 luglio 1956, ebbe luogo una grande battaglia a (Bouabdos-Bousedra), e altre nelle aree di Bani Snous e Bani Wassin… durò tre giorni tra le forze francesi e le unità dell’Esercito di Liberazione Mujaheddin Nazionali, dove furono martirizzati 45 Mujaheddin. »

Fatima ha aggiunto che le forze francesi l’hanno arrestata, è stata gravemente ferita, dopo una sanguinosa battaglia durata un giorno intero. Era incatenata e i suoi vestiti strappati, camminava scalza e sangue che colava dai suoi piedi, e nonostante lei condizioni deplorevoli, i soldati di occupazione e i suoi clienti erano orribili. Tipo di tortura, umiliazione morale, percosse fisiche, bere vari mezzi chimici e sporcizia, stirare con fuoco ed elettricità, ferire varie parti del suo corpo, specialmente quelle sensibili, e dipingere e ricoprire lei con il sale, e il processo è durato per diversi giorni. (Kantari 2007 : 15-19)

Le operazioni di tortura siano sessuali o no, commesse in Algeria non sono state semplicemente errori gravi, ma sono stati il risultato della volontà politica di governi successivi che hanno voluto sconfiggere e umiliare coloro che descrivono come nemici.

Conclusione

La storia coloniale e di guerra è solitamente associata ad aggressioni, persecuzioni e violenze contro i popoli delle colonie, in cui le donne sono uguali agli uomini nell’esposizione a questa arbitrarietà e oppressione, e le donne spesso subiscono più violenza. Oltre alla violenza politica ed economica, le donne hanno subito violenze morali e sessuali, che rientrano nel concetto di«  Stupro » come corpo femminile che prende di mira le donne in quanto cittadine indigene in varie colonie.

Nel caso algerino, per molto tempo, sono rimasti gli studi sulle donne algerine e sulla loro posizione nella scena coloniale come vittime come tabù nel mondo della ricerca scientifica. Pochi sono i tentativi da parte degli studiosi di difendere la memoria coloniale e le rimozioni, la maggior parte delle quali sono archivi nascosti, questi ultimi potrebbero portare la Francia a riconoscere l’uso eccessivo della violenza contro le donne indigene. Tuttavia, nel caso della guerra d’Algeria, resta difficile avere un’idea precisa dell’entità del fenomeno ; non c’erano ordini espliciti di stupro ; i registri delle operazioni sono totalmente silenziosi su questo argomento. E poi, il silenzio è legato al crocevia di due vergogne : quella delle vittime e quella degli aggressori.

Lo stupro è senza dubbio una delle torture preferite dall’esercito francese inflitte alle donne, siano esse sospettate di essere « terroriste », combattenti o semplicemente sospettate di avere un legame con la « ribellione ».

Finalmente, la donna è l’elemento affettivo più potente che lega l’uomo alla terra, e il legame fra l’individuo e la collettività, è la cellula della famiglia e della società, è il volto sul quale si riflette l’immagine della patria lontana. (Tomasello 1984 :130)

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Hind Dahou

Alger 2 الجزائر

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